La fisica medioevale al tempo di Copernico (II parte)

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Purtroppo, le teorie fisiche di Aristotele avevano dei gravi limiti, anche se questo non toglie nulla al valore dei risultati da lui raggiunti in altri campi. Egli considerava la caduta di un oggetto pesante verso il centro della Terra come un esempio di moto naturale ed era convinto, per quanto ci risulta, che ogni oggetto lasciato a se stesso raggiungeva in breve tempo una velocità costante di caduta e la manteneva fino alla fine del percorso. E’ facile osservare che una pietra cade più rapidamente di una foglia: Aristotele ne dedusse che il peso di un oggetto ne determina la velocità di caduta. Questa conclusione confermava la sua teoria, secondo la quale la causa del peso era la presenza dell’elemento Terra, che tendeva naturalmente verso il centro della Terra. Perciò un oggetto più pesante, contenendo una maggiore quantità di questo elemento, avrebbe avuto una tendenza più forte a portarsi nel suo luogo naturale e quindi avrebbe raggiunto una maggior velocità nella caduta.
Avendo constatato che uno stesso oggetto cade più lentamente nell’acqua che nell’aria, Aristotele pensò che la velocità dovesse dipendere anche dalla resistenza del mezzo e decise che l’influenza di altri fattori, come il colore o la temperatura dell’oggetto, era trascurabile. Ne concluse che la velocità di caduta doveva essere proporzionale al peso dell’oggetto e inversamente proporzionale alla resistenza del mezzo, così da poter essere calcolata caso per caso, dividendo il peso per la resistenza.
Aristotele esaminò anche il moto “violento”, cioè il moto di un oggetto che si sta spostando liberamente verso il suo “luogo naturale”. Secondo la sua teoria, un tale moto doveva essere causato da una forza: se la forza aumentava doveva aumentare la velocità, se la forza cessava di agire, il moto doveva cessare.

Sabrina

Informazioni su Sabrina Masiero

Ricercatore Astronomo (Tecnologo III livello) presso INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo-Gal Hassin, Centro Internazionale delle Scienze Astronomiche di Isnello, Palermo. In precedenza: Borsista presso INAF-Osservatorio Astronomico di Padova e Fundaciòn Galileo Galilei, FGG-Telescopio Nazionale Galileo, La Palma, Isole Canarie.
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2 risposte a La fisica medioevale al tempo di Copernico (II parte)

  1. Giovanni dice:

    Quello di Aristotele è un punto di vista non del tutto errato. Più che altro, lo si potrebbe definire limitato da quelli che un moderno tecnico di laboratorio chiamerebbe "errori sistematici", cioè degli agenti esterni al fenomeno che si vuole osservare che, non essendo identificati, ne modificano le proprietà alterando in un modo ben preciso la nostra interpretazione dei fatti. Osservando la Natura, Aristotele comprese che il moto dei corpi nel nostro ambiente è ostacolato da una forma di resistenza e ne trasse la conclusione che, per ottenere moto, era necessaria l'azione di una forza. Per quanto la conoscenza dei costituenti della materia fosse molto rudimentale alla sua epoca, egli capì anche che questa forza dipendeva da come erano fatti i corpi in movimento. Ciascuno di noi, agitando un po' una mano, può rendersi conto che l'aria ci oppone resistenza. Basandosi sul suo metodo di osservazione e deduzione logica, Aristotele non poteva arrivare a porsi la domanda di cosa sarebbe accaduto se l'aria non ci fosse stata. Un simile problema, invece, se lo pose Galilei, intuendo che per studiare il problema della caduta dei gravi bisognava minimizzare il "disturbo" arrecato dall'aria. Si osservò, quindi, che la velocità di caduta non dipende dal peso di un oggetto (sotto vuoto, una foglia ed un sasso cadrebbero esattamente assieme). In base a questa osservazione, fu poi Newton a ridefinire il concetto di forza ed a stabilire la sua relazione con una proprietà della materia, detta "massa." Newton si accorse che la presenza di forze agenti o resistenti modificava il moto degli oggetti ed iniziò a domandarsi cosa sarebbe mai accaduto ad un corpo che si fosse trovato in una reale condizione di assenza di forze. Con esperimenti molto accurati, capì che un corpo non soggetto a forze mantiene una velocità ed una direzione costante, contrariamente all'ipotesi aristotelica. Il pensatore greco, tuttavia, non aveva sbagliato nello spiegare ciò che effettivamente poteva vedere. L'errore lo commisero coloro che pensavano di poter accettare in via assoluta ed universale le nostre limitate osservazioni ed applicarle a tutto il Cosmo. Non è detto che lo stesso Aristotele la pensasse proprio così.

  2. Sabrina dice:

    Sei grandisoso, Giovanni. Sono felice di aver trovato un appoggio a quanto ho scritto. Spesso si dice che i migliori (che arrivano dopo molti altri) sono sempre quelli che riescono a intuire bene le cose, ma lo sforzo fatto dai primi non deve essere dimenticato. Inoltre, mentre scrivevo, volevo far cogliere (e credo che tu ci sia riuscito) il merito di Aristotele che, col le scoperte successive, pare abbia solo fatto danni e nulla più. Ritengo sia giusto valorizzare il suo lavoro e il suo pensiero.
    Grazie Giovanni.