Vita nell’Universo? Non abbiamo cercato nel modo migliore

Kepler-452b in una rappresentazione artistica della NASA. Credit: NASA-JPL-Caltech, Pyle

Kepler-452b in una rappresentazione artistica della NASA. Credit: NASA-JPL-Caltech, Pyle

La Terra non è unica nel suo genere. Questo è quello che emerge sulla base della nostra comprensione e conoscenza dell’universo. La stima è di circa 40 miliardi di pianeti simili alla Terra nella nostra sola Galassia.

Con questa statistica, la probabilità che la vita si sia sviluppata ed evoluta da qualche parte nella Galassia o al di fuori, è piuttosto elevata.

Il problema è che non la stiamo probabilmente cercando nel modo migliore. Così la pensa Nathalie Cabrol, Direttricedel Carl Sagan enter for Researcher al SETI-Search for Extraterrestrial Intelligence Institute.

Cabrol  ha recentemente pubblicato Alien Mindscapes-A Perspective on the Searchfor Extraterrestrial Intelligence, su Astrobiology, dove mette in luce la necessità di rivedere le nostre attuali tecniche di rilevazione dei pianeti extrasolari se vogliamo davvero cercare una forma di vita al di fuori della Terra. In particolare, dobbiamo aprire le nostri menti e andare oltre alla nostra visione molto radicata “terra-centrica” espandendo i nostri metodi di ricerca e implementando nuovi strumenti osservativi, nuovi mezzi per spingerci oltre.

Mai finora abbiamo avuto così tanti dati a disposizione in così varie discipline da aiutarci a cogliere il ruolo di eventi probabilistici nello sviluppo di un’intelligenza extraterrestre. Questi dati ci dicono che ogni mondo scoperto rappresenta un luogo ideale dove fare esperimenti di planetologia, un luogo davvero unico nel suo genere. Forme di vita intelligente che si trovano ad uno stadio avanzato di intelligenza, devono essercene davvero tante nella sola nostra Galassia, immaginiamo nell’universo conosciuto… Tuttavia, queste forme di intelligenza devono sicuramente essere diverse dalla nostra, almeno sulla base di quello che noi conosciamo sull’evoluzione della vita e dell’ambiente in cui si sviluppa.

Una rappresentazione artistica di un radiotelescopio. Fonte SETI

Una rappresentazione artistica di un radiotelescopio. Fonte SETI

Il fatto fondamentale è che quando noi cerchiamo la vita su altri mondi, in modo naturale facciamo riferimento all’unica forma di vita che conosciamo. In qualche modo stiamo cercando degli alieni che ci assomigliano. Finora, nella ricerca compiuta anche dal programma SETI abbiamo sempre cercato altre versioni di noi stessi, rendendo più difficili le probabilità di successo di quanto già dettato dalla natura stessa.

Il genere umano non è neppure la tipica forma di vita sul nostro pianeta. Rispetto a tutte le altre tipologie di forme di vita qui sulla Terra, da un punto di vista statistico siamo ben lontani da quello che si può considerare “tipico”.

Non solo. Il contatto che cerchiamo di stabilire con una forma aliena è quello corretto? Siamo davvero sicuri che stiamo usando il “contatto” più valido? Secondo Nathalie Cabrol no. In ultima analisi, per trovare forme di vita aliena dovremmo diventare alieni noi stessi e capire i molteplici modi in cui potrebbero manifestarsi nel loro ambiente e comunicare la loro presenza a noi.

In questo momento, è ben noto che SETI sfrutta alcuni radio telescopi per captare la presenza di eventuali segnali radio di origine extraterrestre. Tuttavia, è del tutto possibile che una possibile forma di vita non comunichi attraverso le onde radio, e quindi potremmo perdere un altro segnale che ci stanno tentando di inviare. La maggior parte delle specie aliene avranno probabilmente sviluppato una forma di comunicazione completamente irriconoscibile per noi.

Siamo sicuramente molto emozionati ogni volta che viene rilevata una qualche biosignature, ossia la traccia di un elemento chimico che è correlato con la vita (vita come noi la intendiamo) su un lontano pianeta al di fuori del nostro Sistema Solare. Tuttavia, proprio perché troviamo tracce di ossigeno e carbonio nell’atmosfera di un altro pianeta, questo non necessariamente lo rende “più abitabile” o più adatto a sostenere la vita rispetto ad un altro pianeta. Ci potrebbero essere delle forme di vita nell’universo che non hanno alcun bisogno di ossigeno per vivere e prosperare e che, invece, utilizzano altri elementi chimici, un po’ come è successo per la nascita della vita sulla Terra che si è formata in un ambiente privo di ossigeno.

Una rappresentazione artistica del pianeta Kepler-138b a 200 anni luce di distanza dalla Terra. Il pianeta con dimensioni confrontabili con quelle di Marte ha una composizione rocciosa, simile alla Terra (e Marte stesso). Crediti: SETI, Danielle Futselaar.

Una rappresentazione artistica del pianeta Kepler-138b a 200 anni luce di distanza dalla Terra. Il pianeta con dimensioni confrontabili con quelle di Marte ha una composizione rocciosa, simile alla Terra (e Marte stesso). Crediti: SETI, Danielle Futselaar.

L’idea è quella di trovare un altro modo per cercare la vita su altri mondi. Per oltre cinquant’anni abbiamo utilizzato i radio telescopi per ascoltare eventuali segnali dal cosmo, ma esso è rimasto in assordante silenzio. Cabrol propone la creazione di un Virtual Institute, di cui faccia parte anche il SETI Institute, come una possibile soluzione per allargare i nostri tentativi di ricerca e permettere agli scienziati di tutto il mondo di contribuire con la loro ricerca.

Il fatto è che ci siamo imbarcati su questo viaggio solo qualche decina di anni fa e abbiamo applicato solo pochi strumenti e poche strategie di rilevamento. Perché sorprenderci se non abbiamo ancora trovato nulla? La ricerca di vita nell’universo è appena all’inizio. Ci stiamo rendendo conto di aver bisogno di una rete più grande dove cercarla.

Adattato sulla base dell’articolo: Alien Mindscapes-A Perspective on the Searchfor Extraterrestrial Intelligence, Nathalie Cabrol, Astrobiology, http://online.liebertpub.com/doi/10.1089/ast.2016.1536

Sabrina

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Informazioni su Sabrina Masiero

Direttore Responsabile della Didattica e Divulgazione presso la Fondazione GAL Hassin-Centro Internazionale delle Scienze Astronomiche, Isnello, (Palermo) e associata INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo. Ho lavorato presso INAF-Osservatorio Astronomico di Padova e la Fundaciòn Galileo Galilei, FGG-Telescopio Nazionale Galileo, La Palma, Isole Canarie nell'ambito dei pianeti extrasolari.

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