Solitudine o moltitudine?

Rappresentazione artistica di una spiaggia su un mondo immaginario. Crediti: CCO/PIxabay

Il biologo inglese J.B.S. Haldane è noto per aver detto che “l’universo non è soltanto più bizzarro di quel che supponiamo, ma molto più bizzarro di quello che siamo in grado di supporre”. L’approfondita presa in esame dell’esistenza di un’intelligenza aliena e di segni distintivi di una tecnologia che si è sviluppata nel corso di milioni di anni implica una condizione necessaria: quella di liberarci dalla maggior parte del nostro bagaglio mentale. Dobbiamo dimenticare gli omini verdi, i nani grigi, i dischi volanti con piccoli oblò, i cerchi nel grano, le palle luminose e i terrificanti rapimenti notturni: comprendere davvero se esiste una forma di vita intelligente nell’universo significa andare oltre gli UFO, oltre gli stereotipi delle leggende umane, oltre il folclore, le favole e la fantascienza.

È vero: siamo immersi in uno strano silenzio e ancora oggi non siamo in grado di rispondere ad una domanda: viviamo in un universo che brulica di vita oppure no?

La maggior parte delle persone non fa fatica ad accettare che, sparsi nello spazio, ci possano essere innumerevoli mondi abitati. Quando si chiede di giustificare questa convinzione, una risposta tipica è che l’universo è così vasto che, semplicemente, da qualche parte là fuori devono esserci la vita e l’intelligenza. Si tratta di un ragionamento molto comune e ripetuto, ma ahimè contiene la fallacia logica elementare di confondere una condizione necessaria con una sufficiente. Per capire meglio, consideriamo i due requisiti di base per l’esistenza della vita su un pianeta simile alla Terra: in primo luogo, il pianeta tipo Terra, e in secondo luogo, la genesi della vita. Immaginiamo di sapere per certo che esistono davvero migliaia di miliardi di pianeti simili alla Terra nel nostro universo osservabile, cosa che peraltro sembra sempre più probabile: questo ci garantisce l’esistenza di migliaia di miliardi di pianeti abitati? Assolutamente no. Un pianeta abitabile non è la stessa cosa di un pianeta abitato. Questo sarebbe vero solo nel caso in cui il semplice fatto che un pianeta sia simile alla Terra garantisca la genesi della vita. Immaginiamo però che l’emergere della vita dalla “non vita” sia una mostruosa coincidenza, un evento con una probabilità così bassa che, anche se avessimo a disposizione milioni di miliardi di pianeti, sarebbe improbabile che accadesse più di una volta; la vastità dell’universo e, quindi, la sua dimensione conterebbe quasi nulla di fronte al fatto che le probabilità sono in così larga misura contro la formazione spontanea della vita.

Ma ancora oggi siamo divisi sull’origine della vita: potrebbe essersi trattato di uno strano caso fortunato, un incidente isolato (ricordiamo che lo stesso Francis Crick, co-scopritore della struttura del DNA diceva: “L’origine della vita al momento ci sembra quasi un miracolo, dato che sono così tante le condizioni che devono essere soddisfatte perché si verifichi”), oppure in tutto l’universo, su pianeti simili alla Terra, deve sorgere la vita, una sorta di imperativo cosmico, come lo definisce il Premio Nobel Christian de Duve.

Continueremo ancora a porci la domanda: “Siamo soli nell’universo?” senza dare una vera e propria risposta. E forse su un altro mondo lontano, un essere vivente (chissà in che modo) si sta facendo la stessa domanda.

In pubblicazione su Pulsar di AMA-Associazione Marchigiana Astrofili.

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Informazioni su Sabrina Masiero

Ricercatore Astronomo (Tecnologo III livello) presso INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo-Gal Hassin, Centro Internazionale delle Scienze Astronomiche di Isnello, Palermo. In precedenza: Borsista presso INAF-Osservatorio Astronomico di Padova e Fundaciòn Galileo Galilei, FGG-Telescopio Nazionale Galileo, La Palma, Isole Canarie.

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