Maria Mitchell, l’astronoma che gridò “la scienza ha bisogno delle donne!”

di Luciana Ziino, Fondazione GAL Hassin

Curiosa, pioniera, attenta, rivoluzionaria. Maria Mitchell fu la prima donna americana a lavorare come astronoma professionista. Nel 1847 scoprì una cometa, la “cometa di Miss Mitchell” e l’anno successivo fu la prima donna eletta alla American Academy of Arts and Sciences. Nel 1873 fondò la American Association for the Advancement of Women e fu proprio in occasione del quarto congresso di questa associazione all’avanguardia che Maria pronunciò il profetico discorso ‘The Need for Women in Science’. Mitchell dichiarò che le leggi della natura non vengono scoperte attraverso “la fretta e la preoccupazione della fatica quotidiana; ma vanno ricercate diligentemente…e fino quando le donne abili non dedicheranno la loro vita alla ricerca, sarà inutile discutere la questione della loro capacità di lavoro originale”. Ma Maria Mitchell si batté per i diritti delle donne non solo nel mondo della scienza, ma nella società in generale. Non a caso era amica di diverse attiviste ‘suffragette’. E partecipò anche alla battaglia contro la schiavitù, decidendo di non indossare più per protesta abiti di cotone.

Dopo che nel 1865 era diventata il primo Professore di Astronomia del Vassar College (dove nel secolo successivo avrebbe studiato un’altra grande astronoma, Vera Rubin), la ‘signora della cometa’ si rese conto di una palese ingiustizia, che purtroppo ancora oggi molte donne devono subire: nonostante la sua fama ed esperienza, il suo stipendio era inferiore a quello dei colleghi maschi molto più giovani, ma lei pretese ed ottenne un aumento. Non era semplicemente una questione di soldi, ma un fatto di meriti che le dovevano essere riconosciuti.

Maria Mitchell era nata nel 1818, la terza di dieci figli. La sua famiglia viveva a Nantucket, un’isola al largo della costa del Massachusetts, abitata in gran parte da marinai che per mesi erano via perché impegnati nella caccia alle balene.

Le donne di Nantucket erano quindi abituate a gestire la vita e gli affari delle loro famiglie da sole e questa circostanza favoriva un clima di relativa indipendenza per loro. In più sull’isola c’era una comunità di quaccheri, fedeli di un movimento cristiano che professava l’uguaglianza di genere e la parità di istruzione tra maschi e femmine. Di questa comunità facevano parte anche i genitori di Maria, che quindi poté crescere in un’ambiente stimolante, anche grazie a suo padre che la incoraggiò fin da piccola a studiare le materie scientifiche e in particolare le trasmise l’amore per l’astronomia. La mattina Maria andava nella scuola che il padre aveva fondato, la sera faceva osservazioni del cielo con il telescopio di famiglia.

A soli 12 anni aiutò il babbo a calcolare il momento esatto di una eclissi anulare. A 17 aprì una propria scuola. Un anno dopo venne nominata prima bibliotecaria dell’Atheneum di Nantucket. Nei diciott’anni in cui rimase lì, il suo compagno fedele fu un quaderno dove annotava i suoi appunti. Infatti, la biblioteca era il posto ideale per studiare e leggere. Intanto le sue idee diventavano sempre più radicali. “Non possiamo accettare nulla per scontato” scriveva nel suo diario, “oltre le prime formule matematiche. Metti in discussione tutto il resto. “

Fu proprio durante questo periodo che, all’età di 29 anni e precisamente il 1° ottobre 1847, alle 22.30, Maria Mitchell osservò con il suo telescopio quella che oggi viene ricordata come la “Miss Mitchell’s Comet”. Per questa scoperta ricevette dal Re di Danimarca, nel 1848, una medaglia d’oro che riportava l’incisione in latino: “Non frustra signorum obitus speculamur et ortus” [“Non invano osserviamo il sorgere e il calare delle stelle”, da Virgilio, Georgiche, libro I, 257]. Il premio le diede fama mondiale perché precedentemente l’unica donna a scoprire una cometa era stata Caroline Herschel.

Maria Mitchell in un ritratto di H. Dasell del 1852, e, a destra, il telescopio ancora in mostra nella sua casa d’infanzia quacchera a Nantucket (Museo Maria Mitchell, fotografia di Maria Popova).

Nel 1849 si trasferì a Boston e qui venne nominata ‘addetta ai calcoli’ per l’Almanacco Nautico degli Stati Uniti. Le fu assegnata l’orbita di Venere. L’anno prima era diventata (come detto sopra) la prima donna membro dell’American Academy of Arts and Sciences, mentre nel 1850 entrò nell’American Association for the Advancement of Science (AAAS).

Ma nel 1857 decide di partire per visitare i grandi osservatori europei, da Greenwich, nel Regno Unito, a Berlino. Porta con sé una delle prime fotografie astronomiche di Harvard e un volume con le poesie di Lord Byron. Durante questo viaggio ha modo di incontrare importanti personalità dell’epoca, da Sir Airy a Alexander von Humboldt, ma non tutti questi incontri vanno bene. Ad esempio quando visita l’Osservatorio di Parigi viene ricevuta da Le Verrier come una turista più che come una collega astronoma. Continua poi per Roma unendosi alla famiglia dello scrittore Nathaniel Hawthorne. Qui viene molto turbata visitando i luoghi dove Galileo era stato condannato e chiede di visitare la Specola Vaticana: è allora che scopre che le donne non vi erano ammesse. Ottiene comunque il permesso della visita, a patto di andare via al tramonto, senza quindi poter osservare.

Dal 1865 fino agli ultimi anni della sua vita insegnerà al Vassar College, il prestigioso college femminile dove avrà grande influenza sulle sue studentesse sia come insegnante che come esempio di donna. Ma la Mitchell non interromperà i suoi viaggi. Nel 1873 si recherà in un osservatorio in Russia, alle porte di San Pietroburgo. Nel 1878, guiderà una spedizione tutta al femminile delle sue migliori studentesse per osservare un’eclissi solare da Denver, in Colorado. Percorreranno 3000 chilometri sulla Transcontinental Pacific Railroad appena completata, accampandosi e installando i loro telescopi su una pianura aperta con vista sulle Montagne Rocciose.

Maria Mitchell (la seconda da sinistra) e le sue studentesse misurano la rotazione del Sole dal movimento delle macchie solari. Credit: ID 08.09.05, Archives & Special Coll., Vassar College Lib.

La sua fame di conoscenza non verrà mai meno. La voglia di scoprire l’universo, che sempre l’accompagnerà, è testimoniata anche dalle parole del suo diario, come quelle che seguono:

…I have just gone over my comet computations again, and it is humiliating to perceive how very little more I know than I did seven years ago when I first did this kind of work. […] The world of learning is so broad, and the human soul is so limited in power! We reach forth and strain every nerve, but we seize only a bit of the curtain that hidesthe infinite from us…”.

“…Ho appena ripreso i calcoli della mia cometa, ed è umiliante percepire quanto conosca pochissimo di più di quanto avessi fatto sette anni fa, quando per la prima volta mi dedicai a questa scoperta. […] Il mondo dell’apprendimento è così vasto e l’animo umano ha poteri così limitati! Noi ci spingiamo in avanti e tendiamo ogni nervo, ma afferriamo solo un brandello del velo che ci nasconde l’infinito.” (da Maria Mitchell, Life, Letters, and Journals)

Scrisse anche:
Abbiamo una fame della mente. Vogliamo conoscere tutto intorno a noi e più otteniamo, più desideriamo conoscere; più vediamo, più siamo capaci di vedere.” ( Maria Mitchell, Life, Letters, and Journals, pp. 233-234).

Durante i suoi ultimi mesi a Vassar, Mitchell annota sul suo diario un pensiero commovente, confrontando le sue meticolose osservazioni sulle eclissi anulari nella loro tranquilla continuità nell’arco di oltre 50 anni. Nel 1831, lei e suo padre guardavano dal tetto di Nantucket; nel 1885, era circondata da studenti in un osservatorio rinomato. “Entrambi i giorni sono stati perfettamente freddi e chiari.” Nel 1888 andrà in pensione, ma morirà entro un anno, con un telescopio ancora alla finestra.


Maria Mitchell, seduta a sinistra, e la sua studentessa Mary Whitney, in piedi a destra, davanti al telescopio Fitz. Nature, 6/2018.

L’Osservatorio di Maria Mitchell, 1870 circa. Il croquet era popolare al Vassar e spesso veniva giocato di fronte all’osservatorio.

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Informazioni su Sabrina Masiero

Direttore Responsabile della Didattica e Divulgazione presso la Fondazione GAL Hassin-Centro Internazionale delle Scienze Astronomiche, Isnello, (Palermo) e associata INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo. Ho lavorato presso INAF-Osservatorio Astronomico di Padova e la Fundaciòn Galileo Galilei, FGG-Telescopio Nazionale Galileo, La Palma, Isole Canarie nell'ambito dei pianeti extrasolari.

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